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POESIE | Cento poesie d’amore a Ladyhawke: un amore sussurrato

Aggiornamento: 8 nov 2020

C’è chi sostiene che la poesia sia morta. Chi la trova inutile. Chi si chiede se valga ancora la pena scrivere

poesie. Se lo chiedeva anche Montale nel 1975, quando, durante il discorso tenuto alla cerimonia per il

Premio Nobel per la Letteratura, si domandava se fosse ancora possibile la poesia. La risposta è tanto

semplice quanto eloquente: nella vita c’è anche spazio per l’inutile. E non lasciatevi ingannare da questa

espressione. Inutile non significa di poco conto, ma libera, sottratta alle logiche di profitto e elusa da quel

mondo di costrizioni nel quale viviamo.

Nel 2020, leggendo Cento poesie d’amore a Ladyhawke di Michele Mari, capisci che Montale aveva

ragione. Nella vita c’è spazio per l’inutile e quello spazio è più importante di quello che si possa pensare o si

voglia ammettere. Capisci anche che no, la poesia non è morta e che tutti, in fondo, ne abbiamo bisogno.

Ma non ce ne rendiamo nemmeno conto: troppo presi dalla vita frenetica di tutti i giorni, sommersi da

tutte quelle cose utili che ci dicono sia bene fare.


Ti cercherò sempre

Michele Mari, scrittore, poeta, traduttore e accademico, docente di Letteratura Italiana all’Università degli Studi di Milano (non una passeggiata l’esame orale con lui… ve lo dico per esperienza personale), è considerato uno tra i migliori scrittori in circolazione. L’esordio poetico avviene nel 2007, con la raccolta Cento poesia d’amore a Ladyhawke. Il titolo è un evidente richiamo al film di Richard Donner del 1985, “Lady Hawke”: due innamorati sono destinati a non potersi mai incontrare nelle loro sembianze umane per via di una maledizione. Il non incontro tra i due amanti e l’impossibilità di vivere l’amore sono i temi cardine anche della raccolta di Mari. La donna di cui si parla nella raccolta è reale: una compagna dei tempi del liceo. Un amore mai dichiarato e forse proprio per questo ancora più forte e intenso. Il tempo di questo amore è quello lontano dell’adolescenza:


Tu non ricordi

ma in un tempo

così lontano che non sembra stato

ci siamo dondolati su un’altalena sola


La forza di quel sentimento non risiede nella sua natura temporale e tangibile: il poeta probabilmente non

ha mai desiderato davvero stabilire una relazione. Al contrario, quello che ci vuole mostrare è la natura

intangibile e incommensurabile dell’amore stesso:


Che non finisse mai quel dondolio

fu l’unica preghiera in senso stretto

che in tutta la mia vita

io abbia levato al cielo


E, poiché quando i sentimenti si scontrano con la nostra quotidianità perdono parte della loro forza

simbolica e la poesia rischierebbe di venire meno, è forse bene restare nel limbo delle cose sospese.


Tertium dabatur

e sarebbe stato vivere

sfiorandoci


Così, quando Mari, dopo trent’anni, incontra per caso il suo amore adolescenziale e i due si confessano i

loro sentimenti reciproci del passato, nonostante la fitta corrispondenza che ne scaturisce, lei decide di non abbandonarsi a quei sentimenti e non incasinare la vita che si era costruita negli anni.


Ma non c’è da stupirsi: certi amori sono destinati a non essere. O meglio, a essere nei sentimenti e nelle

intenzioni. Ma a non essere negli aspetti carnali. Amori che restano un’illusione, che non vengono mai

contaminati dalla quotidianità della vita.


Arrivati a questo punto

dicesti

o si va oltre

o non ci si vede più


Non capivi che il bello era proprio quel punto

era rimanere

nel limbo delle cose sospese

nella tensione di un permanente principio

nel nascondiglio di una vita nell'altra


Così il mio contrappasso di pokerista

è stato perdere tutto

appena hai forzato la mano


Quello cantato da Mari è un amore platonico e cerebrale, un amore così puro che è destinato a perire una

volta che si scontra con la realtà. Un amore che rimane sospirato, ma che non avrà mai la possibilità di

realizzarsi e concretizzarsi: il farlo lo estinguerebbe inesorabilmente.


Ti cercherò sempre

sperando di non trovarti mai

mi hai detto all'ultimo congedo


Non ti cercherò mai

sperando sempre di trovarti

ti ho risposto


Al momento l’arguzia speculare

fu sublime

ma ogni giorno che passa

si rinsalda in me

un unico commento

ed il commento dice

due imbecilli.


Siamo in quegli amori che è bene non rivelare, quegli amori da sussurrare solamente e vivere nella propria

anima. Quei sentimenti che si sviluppano nelle ombre del nostro Io e che sono destinati ad affievolirsi man

mano che prendono contatto con la realtà. Non sono in grado di confrontarsi con essa, temono la

complessità delle cose e del tempo e per questo si impongono la misura dell’eterno. In questi amori non vi

è un traguardo concreto e preferiscono il desiderio alla sua consumazione. Così, l’aspetto carnale viene

vissuto solo in modo cerebrale e trova vita nella scrittura. Il sesso viene recluso negli anfratti della fantasia,

dove rimane senza contatti con l’esperienza:


Per più di trent’anni

ti ho abusata

fingendoti secondo dittava il mio capriccio


Cento poesie d’amore a Ladyhawke è un libro audace in un mondo dove i libri di poesia vendono

pochissime copie e vengono sempre più visti come un prodotto editoriale di nicchia.


Michele Mari affronta con coraggio un argomento, quello dell’amore esclusivo e totalizzante, che è una

delle tematiche più sfruttate di tutti i tempi, ma riesce a farlo senza mai risultare banale; le sue poesie sono

la testimonianza di un’ossessione privata, una lucida analisi dei mostri e dei tormenti che assillano la mente

umana.


Come un serial killer

Per quanto concerne gli influssi e i modelli, la raccolta ha la capacità di ridare voce alla tradizione poetica latina e medievale, rendendola moderna grazie ai riferimenti alla realtà contemporanea. Ma non solo. Mari attinge a tutta la tradizione poetica italiana: al dolce stil novo, da Dante a Petrarca, da Pascoli e Pavese.

Il tutto senza dimenticare i diversi influssi filosofici - che si notano in alcune poesie della raccolta.


Verrà la morte e avrà i miei occhi

ma dentro

ci troverà i tuoi


L’esordio poetico di Mari è estremante autorevole anche nelle scelte stilistiche. Rinuncia completamente a

qualsiasi segno di punteggiatura, con l’esclusione del punto interrogativo: un segno visibile dell’incompiutezza dell’amore che viene raccontato. Le pause sintattiche vengono evidenziate solamente

dagli a capo tra due versi o due strofe, o tramite particolari accorgimenti grafici, come le tabulazioni che

spostano in avanti l’inizio di alcuni versi.


Il registro varia con naturalezza dai toni aulici a quelli più bassi, da poesie erudite a toni ironici, donando

alla raccolta un andamento particolarmente godibile per tutti i lettori e non solo per quella nicchia di

persone abituate a leggere raccolte poetiche. Vi vogliamo lasciare con le nostre due poesie preferite della raccolta. A queste non seguirà nessun commento o pensiero critico: così che ognuno possa trovarci il proprio senso... il proprio amore.


Fedeli al duro accordo

non ci cerchiamo più.

Così i bambini giocano

a non ridere per primi

guardandosi negli occhi

e alcuni sono così bravi

che diventano tristi

per la vita intera.


Come un serial killer

faccio pagare alle altre donne

la colpa

di non essere te



 
 
 
 

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