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STORIE | Cent’anni di solitudine: il lascito indelebile e incommensurabile di Gabriel García Márquez

“Le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra”.


Cominciamo dalla fine. Non riesco a trovare altra soluzione per parlare di Cent’anni di solitudine, il celeberrimo romanzo del Premio Nobel Gabriel García Márquez, pubblicato per la prima volta nel 1967. E mi sono chiesto perché ogni mio approccio con la tastiera nel tentativo di scrivere di questo libro finisse sempre con digitare quelle parole. In fin dei conti la risposta è semplice: il racconto è come un cerchio lungo cento anni, che ritorna al punto di partenza. Ogni protagonista compie il suo destino già scritto, un destino di solitudine. Così la fine è l’inizio, l’inizio è la fine. Per tutti coloro che prendono vita dalla penna di Márquez, per tutti coloro che calcano questa terra.



Un ricordo indelebile

In realtà, esiste un modo per avere una seconda opportunità sulla terra: è quella del ricordo. Donare un lascito all’umanità che sopravviva alla nostra morte. Questo è ciò che ha fatto García Márquez: nonostante ci abbia lasciato il 17 aprile del 2014, le sue opere e la sua influenza rimangono e ne tengono viva la memoria.

Per chi non lo conoscesse (correte subito ai ripari, fatelo per voi stessi!), Gabriel García Márquez è stato uno scrittore, giornalista e saggista colombiano naturalizzato messicano, considerato tra i più grandi scrittori di sempre. La sua scrittura ha portato influsso e risalto al realismo magico: con il suo stile scorrevole, ricco e pervaso da una forte ironia, i suoi romanzi riportano una struttura narrativa articolata, sempre al limite fra realtà e fantasia, storia e leggenda. Il tutto legato da diversi piani di lettura, di stampo allegorico, ricamati nell’arte della prolessi e analessi. Insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1982, la sua opera principe, Cent'anni di solitudine, è stata riconosciuta, durante il IV Congresso internazionale della Lingua Spagnola tenutosi a Cartagena de Indias in Colombia nel marzo del 2007, come seconda opera più importante scritta in lingua spagnola. L'opera è stata preceduta solo da Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes.

Per celebrare il suo ricordo, uno dei motivi che mi hanno spinto a scegliere il suo romanzo come tappa evolutiva del nostro ciclo letterario, voglio riportare le motivazioni del Premio Nobel assegnatogli nel 1982: “Con le sue narrazioni García Márquez ha creato un suo mondo che è un microcosmo. Nella sua tumultuosa, sconcertante, eppure irresistibile autenticità, questo microcosmo riflette, con grande chiarezza, un continente con la sua ricchezza umana e la sua miseria. Forse anche di più: un universo in cui le forze unite del cuore umano e della storia oltrepassano ripetutamente i limiti del caos, uccidendo e creando”.


Di Buendia in Buendia

Il romanzo affonda le radici nel mondo d’infanzia dello scrittore e si mescola con la storia colombiana fra ‘600 e ‘900: la storia reale viene filtrata dall’invenzione, con fantasia fiabesca e surreale. Questo accostamento di reale e finzione, di magico e soprannaturale permette di raccontare con semplicità avvenimenti che altrimenti sarebbe impossibile descrivere con l’occhio della ragione. Anche il confine tra il mondo dei vivi e dei morti si assottiglia fino ad annullarsi: così, nel corso del testo, capita di incorrere in personaggi che parlano con persone morte molti anni prima.


Protagonista della storia è la stirpe dei Buendia in cui si susseguono 7 generazioni, che si tramandano nomi, caratteri e peculiarità legate a quei nomi. Ne consegue un’esigua varietà di nomi, che portano ripetizione degli stessi e confusione nel lettore.

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Nella lunga storia della famiglia, la tenace ripetizione dei nomi le aveva permesso di trarre conclusioni che le sembravano indiscutibili. Mentre gli Aureliani erano schivi, ma dalla mente lucida, i Josè Arcadio erano impulsivi e intraprendenti, ma segnati da un marchio tragico. Gli unici casi di classificazione impossibile erano quelli di Josè Arcadio Segundo e Aureliano Segundo. Erano stati così simili e birichini durante l’infanzia che nemmeno Santa Sofìa de la Piedad riusciva a distinguerli.”


Il legame di sangue, trasmesso nei nomi, è un segno verbale del destino già scritto che si ripete per ogni discendente. Agli uomini della famiglia vengono dati gli stessi nomi e in base a questi presentano i medesimi caratteri: i Jose Arcadio presentano il fisico massiccio, sono estroversi, energici, ma destinati ad un’esistenza solitaria, mentre invece gli Aureliano sono minuti, solitari, introversi ma dotati di chiaroveggenza. Inoltre, ogni personaggio rappresenta i caratteri umani, ingigantiti: ad esempio, la matriarca rappresenta la laboriosità, il colonnello Aureliano la violenza, Remedios la purezza.

Il saper nominare le cose e riconoscerle attraverso di esse è intrinseco nell’uomo. E la sua importanza è vitale e risiede nella cultura e nelle peculiarità tipiche dell’umanità stessa. Per questo in Cent’anni di solitudine i nomi hanno una tale importanza. Tant’è che all’inizio del romanzo, Marquez ci dice: “Il mondo era così recente che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”.

Per spiegare meglio tale concetto ci facciamo aiutare dalle parole di David Bidussa, storico sociale delle idee: “Il nome è importante, non solo per i significati che include, ma perché l’atto di denominare non è un dato tecnico, ma descrive un processo culturale e intellettuale di primaria importanza. È nel nome che la lingua manifesta il suo carattere ontologico: nel nome il mondo viene alla presenza, nel nome l’uomo si apre alla verità del mondo. Le cose esistono, ma non basta indicarle. Per comprenderle, perché acquistino per noi un significato, occorre che abbiano un nome. La facoltà di nominare è quella condizione e quella possibilità che consente poi di dare un volto e, nel tempo, contenuto alle cose. Non consente solo di riconoscerle, ma di parlarne”.






Altro aspetto determinante in Cent'anni di solitudine e che rende giustizia alla grandezza del suo scrittore è la particolare organizzazione dello spazio che sconvolge il tempo. Troviamo “l'irrompere della fantasia nel passato di ognuno” e presente, passato e futuro si mescolano stravolgendo l’ordine cronologico. Il tempo assume un’enorme importanza: in taluni punti sembra non passare mai, in altri scorre velocemente e freneticamente. Il risultato è quello di inserire Macondo in un un’atmosfera surreale.

Ultimo aspetto nevralgico del romanzo, che appare chiaro sin dal titolo dell’opera, è quello della solitudine. Attraverso le vicende della famiglia Buendìa lo scrittore colombiano affronta questo tema e lo scandaglia in maniera profonda. Non si vuole qui addentrarsi troppo in questo aspetto, proprio perché è quello nevralgico di tutto il testo, e chiunque si appresti alla lettura del testo può dare il proprio significato a tale tema. Quello che è sicuro è che per Márquez la solitudine è una condizione a cui tutti gli essere umani sono assoggettati e, inevitabilmente, destinati.

“Macondo era ormai uno spaventoso vortice di polvere e macerie centrifugate dalla collera dell’uragano biblico, quando Aureliano saltò undici pagine per non perdere tempo su fatti troppo noti, e cominciò a decifrare l’istante che stava vivendo, decifrandolo man mano che lo viveva, profetizzando sé stesso nell’atto di decifrare l’ultima pagina delle pergamene, come se si stesse vedendo in uno specchio di parole. Allora fece un altro salto per anticipare i vaticini e scoprire la data e le circostanze della sua morte. Tuttavia, prima di arrivare al verso finale, aveva compreso che non sarebbe mai più uscito da quella stanza, poiché era previsto che la città degli specchi (o dei miraggi) sarebbe stata rasa al suolo dal vento ed esiliata dalla memoria degli uomini nell’istante stesso in cui Aureliano Babilonia avesse finito di decifrare le pergamene, e che tutto quanto vi era scritto era irripetibile da sempre e per sempre, perché le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra.”


Quello che è sicuro è che questo sia uno di quei romanzi che bisogna leggere almeno una volta nella vita. E quella volta vi cambierà per sempre. Di questo ne sono certo. Perché nel lungo viaggio insieme ai Buendia farete un viaggio all’interno di voi stessi. E nel linguaggio forbito di Márquez vi scoprirete irrazionali e malinconici, rischierete di piangere e sarete costretti ad affrontare amore, passione, dolore, mancanza e speranza. Arriverete alla fine e rimarrete spiazzati dalla sua conclusione e quando girerete anche l’ultima pagina e volterete la quarta di copertina per chiudere il libro allora vi sentirete vuoti. Perché difficilmente troverete un altro libro scritto così bene, difficilmente troverete un luogo tanto magico come Macondo.

 
 
 
 

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