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STORIE | La variante di Lüneburg: quando il thriller incontra la Storia

Terzo appuntamento della nostra rubrica dedicata alle storie letterarie. Oggi vogliamo parlare di un ex agente di commercio che ha coltivato per tutta la vita il suo amore per la letteratura e la scrittura e all'alba dei 50 anni ha trovato il successo. Lui si chiama Paolo Maurensig, mentre l’opera La variante di Lüneburg.



Paolo Maurensig, nato a Gorizia il 26 marzo 1943, come detto, non fa della scrittura la sua prima professione. Difatti, il successo letterario arriva nel 1993 con la pubblicazione del romanzo centro di questo scritto. Deve essere, questa, una caratteristica della sua terra natia, come Italo Svevo, o Aron Schmitz se volete, insegna. Dal successo del 1993, però, Maurensig non si è più fermato: nel 1996 ha pubblicato Canone inverso, incentrato sul mondo della musica, che, incastonato in una cornice mitteleuropea, è stato la base per la versione cinematografica diretta da Ricky Tognazzi. Nel 2016, invece, ha vinto il Premio Cortina d’Ampezzo con il romanzo Teorie delle ombre.



Per quanto concerne La variante di Lüneburg, l’opera è incentrata sul gioco degli scacchi, un gioco che richiede pazienza, riflessione, intelligenza e strategia. Fino alla mossa finale: lo scacco matto. È su queste corde che l’autore friulano costruisce il suo romanzo, un thriller creato ad hoc da Maurensig, giocato tutto sulla tecnica analettica: una ricostruzione degli avvenimenti a ritroso nel tempo alla scoperta di macabri eventi.



L’appuntamento con il destino

Kasparov, considerato uno degli scacchisti migliori di sempre, afferma che gli scacchi siano uno dei giochi più violenti che esistano. Ci è sempre sembrata un’esagerazione, fino a quando non abbiamo letto questo romanzo, nel quale le partite arrivano a mettere in palio persino la vita.

Non a caso l’opera si apre con il ritrovamento di un corpo: Dieter Frisch, uomo d’affari e abile scacchista, trovato morto nella sua villa, ucciso da un colpo di pistola. La scena è dominata da una scacchiera fatta di pezzi di stoffa bianchi e neri cuciti insieme e delle pedine fatte con bottoni di varia grandezza. Difficile credere che potesse appartenere al cadavere. Difficile credere che un uomo dalle sue disponibilità economiche e riconosciuto come un Maestro degli scacchi potesse giocare su una scacchiera di così poco valore. Ma ancora più strana risulta un’altra cosa, ovvero la mossa rappresentata su di essa. Si tratta della “Variante di Lüneburg”, o “variante del nero”, come Frisch era solito chiamarla, e alla quale aveva dedicato diversi articoli sulla rivista di settore per la quale scriveva.

Da questo contesto il racconto muove a ritroso: è così che veniamo a conoscenza dell’incontro fra Frisch e Hans Mayer. Un incontro dalla valenza simbolica pregnante, che ci porta fino alla Seconda Guerra Mondiale e ci fa conoscere l’enigmatica figura di Tabori e le atrocità della guerra. Senza nemmeno rendercene conto ci ritroviamo nel campo di concentramento di Bergen-Belsen, nel quale era recluso proprio Tabori. Ma chi era costui? Un campione di scacchi, per sua sfortuna di origine ebraica. Nel campo di concentramento Tabori è costretto a giocare le partite più importanti della sua carriera, contro un ufficiale delle S.S., anch'esso estremamente abile nel gioco degli scacchi. La posta in palio in quelle orrende sfide? Vite umane. Quelle degli altri prigionieri. Il tutto fino alla liberazione del campo da parte dell’esercito russo.


Quelle partite diventano espressione dell’abominio Nazista, di quella brutalità che oggi ci sembra così lontana e assurda e che invece è vicina e reale. E se è vero che l’uomo dimentica in fretta, dobbiamo sforzarci di non farlo. A questo servono libri come La variante di Lüneburg: dimenticare vorrebbe dire correre il rischio di rivivere le medesime cose. Al contrario, “l'Olocausto è una pagina del libro dell'umanità da cui non dovremo mai togliere il segnalibro della memoria”, come ci ricorda Primo Levi.

L’incontro tra Mayer e Frisch diventa quindi un appuntamento simbolico con il destino. Mayer appare come quel fato a cui nessuno può sfuggire, nemmeno cambiando identità e modi di vita. Ma può anche essere visto come rappresentazione della propria coscienza, con cui alla fine bisogna sempre fare i conti. Quello specchio davanti al quale tutti un giorno finiamo per porci e siamo costretti a rifletterci. Quella che vediamo non è la nostra immagine esteriore, ma quegli strati di coscienza che si sono depositati e sovrapposti negli anni e quei mostri che non abbiamo mai avuto il coraggio di affrontare.

Dal punto di vista stilistico, Maurensig gestisce con estrema bravura la forte componente psicologica presente nel romanzo, che avrebbe potuto renderlo pesante alla lettura. Al contrario, l’opera scorre senza intoppi dall'inizio alla fine e riesce a catturare l’attenzione del lettore, grazie anche al modo in cui sono costituiti l’intreccio e l’impianto narrativo. L’altra forza del romanzo sta nella particolarità della parte investigativa del thriller. Il delitto e l’intrigo che esso cela viene, difatti, raccontato dagli stessi protagonisti del romanzo, rendendo il tutto estremamente più avvincente.



La scrittura di Maurensig conferisce, agli occhi di chi scrive, un valore aggiunto all'opera. Una scrittura sì semplice e asciutta, ma estremamente calzante per il peso della storia raccontata e che, tuttavia, è in grado di esprimere pensieri non solo profondi ma anche e soprattutto ben scritti. Quello che segue ne è un esempio ed è anche la riflessione con la quale vogliamo chiudere questo pezzo, con la speranza di avervi spinto ad aprire le pagine di questo libro e a tuffarvi nel ricordo, sempre dovuto, degli orrori della Seconda Guerra Mondiale.

“Ero agli inizi, l’ho detto, e mi trovavo dunque nella fase più bella di tutte le cose che si intraprendono: quella del puro sogno. Non sapevo allora quale prezzo l’arte debba pagare alla vita, quale esoso tributo l’ideale debba versare alla materia”.

 
 
 
 

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