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STORIE | Trilogia della città di K: tra menzogna e realtà

Aggiornamento: 5 giu 2020

Quando abbiamo pensato di far partire una nuova rubrica inerente al mondo letterario ci siamo subito posti il problema di capire da quale libro sarebbe stato meglio partire. E sin da subito abbiamo pensato a questo: Trilogia della città di K. Perché è un romanzo sui generis, nella sua struttura in primo luogo, ma anche per lo stile, i temi trattati e il "patto col lettore" che la sua autrice, Ágota Kristóf, stipula, in modo non scritto, con chi si appresta alla lettura. Addentriamoci, allora, in questa strada tortuosa che è Trilogie des jumeaux.




L’«analfabeta» che sapeva scrivere

«Sono convinto, Lucas, che ogni essere umano è nato per scrivere un libro, e per nient’altro. Un libro geniale o un libro mediocre, non importa, ma colui che non scriverà niente è un essere perduto, non ha fatto altro che passare sulla terra senza lasciare traccia». Pagina 210 del libro. Partiamo da qui. Dalla considerazione che le parole sono una delle possibilità di lasciare un segno del nostro passaggio. Un segno tangibile, che riporta una versione della storia che raccontiamo, una versione della verità: la nostra.

Ecco, all'interno di Trilogie des jumeaux la verità risulta intangibile, celata, si mescola alla menzogna, portandoci in un viaggio alla fine del quale è impossibile scernere fra realtà e finzione.

In questo è racchiusa la grandezza dell’opera principe di Ágota Kristóf.

Un percorso che si snoda tra vero e falso. Fra storia e letteratura. Alla scoperta di una realtà e della sua perfetta negazione. Uno di quei libri che, a discrezione di chi scrive, deve essere un must per tutte le librerie di casa.


Ma chi è Ágota Kristóf? Una scrittrice e drammaturga ungherese, naturalizzata svizzera, venuta a mancare nel 2011. I suoi scritti sono quasi esclusivamente in francese, quella che è la sua seconda lingua. Lingua che non riuscirà mai a padroneggiare in modo perfetto, tanto da autodefinirsi una “analfabeta”. Parlare della sua storia è fondamentale per capire il romanzo in questione.


Nata in un villaggio dell’Ungheria “privo di stazione, di elettricità, di acqua corrente, di telefono", nel 1956, in seguito all'intervento in Ungheria dell’Armata Rossa, scappa in Svizzera con il marito e la figlia. Non perdonerà mai al marito tale decisione, presa per paura di essere arrestato, tanto che in una intervista dirà: «Due anni di galera in Urss erano probabilmente meglio di cinque anni di fabbrica in Svizzera».

I personaggi dei racconti della Kristóf muovono proprio da questo background personale: segnati dalla condizione esistenziale dell’errare e lacerati dall'impossibilità di attingere nuovamente ai luoghi delle proprie origini.


La grande menzogna | La Trilogia della città di K. racconta la vita di due gemelli, Lucas e Klaus, dei loro familiari e delle persone che essi conoscono e con cui intrecciano rapporti durante una guerra, non meglio specificata. Per tutto il libro i due gemelli appaiono come personaggi interscambiabili in un rapporto all'origine morboso, poi distaccato.

La Kristóf, attraverso uno stile discontinuo e ammaliante, ci porta in un turbinio di emozioni che mettono al centro di tutto il lettore. Sarà quest’ultimo che dovrà decidere cosa di ciò che ci viene narrato è vero e cosa non lo è, in un racconto che appare continuamente contraddittorio man mano che si procede nella lettura.


Nelle prime pagine del libro ci troviamo in una città qualsiasi: K. I connotati della stessa e la storia dell’autrice ci fanno pensare a una città dell’est Europa, ma nulla ce ne dà conferma. Quando? Nel mezzo di una guerra qualsiasi. Che sia la seconda guerra mondiale? Possibile, ma non è importante.



Perché questa è una storia sincronica e a-spaziale.

È una storia valida per qualsiasi lettore in ogni tempo e in ogni luogo.


La trama è, solo in apparenza, semplice: due gemelli vengono portati dalla mamma a casa della nonna per sfuggire ai bombardamenti. Da lì iniziano le peripezie dei due ragazzi, che si snocciolano lungo le tre parti che compongono il romanzo: Il grande quaderno, La prova, La terza menzogna.

La prima parte ci viene narrata attraverso gli occhi dei due gemelli, filtrati dalla magia dell’infanzia e dalla crudezza dei fatti che ci vengono riportati. Spiattellati davanti ai nostri occhi senza filtri. Lo stile è asciutto e tagliente. La scrittrice vuole mettere in luce l’approccio dell’infanzia alla crudezza della realtà.

Nella seconda parte il narratore è in terza persona singolare. Lo stile si arricchisce e l’enfasi maggiore è posta sugli eventi. L’intimità che aveva caratterizzato la prima parte viene meno. È in questa parte che i bambini risultano avere anche un nome: Lucas e Claus, uno l’anagramma dell’altro.

In prima persona, invece, ci viene raccontata La terza menzogna, la più intima delle tre: ci permette di entrare nella mente di uno dei due protagonisti. Veniamo catapultati nei pensieri del personaggio che in un certo senso riconosciamo come l’unione dei due gemelli che, infatti, portano avanti un percorso di vita quasi in simbiosi. Chi è che parla? Lucas o Claus? Due nomi che si confondono e si mescolano. Ma è proprio qui che scopriamo che uno dei due gemelli si chiama, in realtà, Klaus. Che Lucas e Claus siano allora la stessa persona? E se invece fosse Klaus a non esistere? Quale delle tre parti, tutte in contraddizione tra loro, è vera? Quale delle tre è una menzogna?



Il lettore rimane col fiato sospeso, poiché non è in grado di cogliere un filo coerente nella trama, ma attraversa strade tortuose prima di comprendere quale sia lo sbocco finale che rende finalmente accessibile la verità. La Kristóf gioca con il lettore, lo mette alla prova per garantire la possibilità di far scaturire in lui diverse sensazioni e interpretazioni.


Questo romanzo è una sfida alla logica, ci porta sull'orlo della confusione, rischia in ogni istante di trasformarsi in una storia caotica, ma non è mai così. Vince la sua sfida. È un romanzo appassionante, che descrive in pieno il nostro tempo, gli orrori e i dolori della guerra, della miseria e della fame.

Inoltre riesce a esprimere la schizofrenia del mondo contemporaneo, la confusione delle giovani generazioni, sempre più in crisi nello scernimento tra reale e virtuale.


Enjoy the reading!

 
 
 
 

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